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diamo un’occhiata, ma poi giriamoci dall’altra parte, dovessimo impressionarci

4 aprile 2011

Dopo il doveroso titolo – ovviamente in fondo alla pagina – sui morti di Duékoué, – e solo perché, insomma, pubblichiamo come articoli i comunicati stampa delle ong epoi ci facciamo sfuggire quello della Croce Rossa? – di nuovo silenzio di tomba sulla guerra in Costa d’Avorio.

Nono sono esterrefatta, di più, ma tanto.

Non è che stiamo parlando di un comitato di quartiere che non si mette d’accordo su quale strada fare a senso unico. Parliamo di un Paese intero, due eserciti che si affrontano, le Nazioni Unite che intervengono ormai anche decisamente, i francesi che adesso appoggiano militarmente le operazioni, parliamo di armi pesanti, di razzie, di soccorsi bloccati.

E noi parliamo di un esercito in ogni regione. Ma li leggete i giornali? i giornali del mondo di fuori, dico, non quelli di casa nostra che ormai parlano solo di processi brevi e lunghi e tsunami umani e nani e ballerine varie.

Ci sono elicotteri che sparano sui depositi di armi, e sul palazzo presidenziale, adesso, e c’è gente – persone – rintanata negli appartamenti al pian terreno che per sfuggire alle bombe rischiano di confrontarsi con i razziatori, perché le iene non mancano mai. C’è una guerra vera e noi abbiamo dato un’occhiata agli ottocento morti di Duékoué e poi, per non impressionarci, siamo tornati ai nostri passatempi quotidiani.

Nani e ballerine. Rigorosamente italiani. Ma anche no, purché ci intrattengano.

Io ho paura per i miei amici, per quelli che non riesco a sentire, per quelli che mi dicono “ma tu che sai delle bombe che sentiamo qui attorno” e poi spariscono. Per quelli che rispondono adesso ma ho paura a fare la telefonata domani, o fra un minuto.

Ho paura che un Paese che ho tanto amato stia perdendo tanto. Paura di non riconoscere i luoghi, di trovare le persone cambiate, di non ritrovarle. E la consapevolezza di non poterci far e niente non aiuta, davvero. E neanche sapere che se fossi là sarebbe solo una pena per altri, qua, aiuta.

Ho paura di trovare quello spirito che tanto mi faceva sentire a casa devastato.

Ho paura che quello spirito, qui, stia morendo lentamente.

E ho paura di essere troppo ansiosa di andarmene per voler ritornare.

E so di sbagliarmi, perché ci sono tanti che si interessano. E so che siamo migliori di quello che ci fanno credere con i loro nani e le loro ballerine, dobbiamo solo aiutarci fra noi a guardare fuori dal nostro recinto, e a non distogliere subito lo sguardo, se non ci piace quello che vediamo.

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l’ombelico del mondo

2 aprile 2011

Ho sbagliato,

non ho resisitito alla curiosità di vedere il risultato finale della tristerrima intervista del giornalista del tiggiuno al mio amico che sento un po’ troppo spesso – con grande gioia del mio gestore telefonico, immagino – e mi sono rovinata la giornata che tanto avevo faticato a rimettere a posto.

Ignorata la crisi per quattro mesi, dopo il comunicato di ICRC sugli ottocento morti a Duékoué di ieri sera, i nostri valorosi eroi dell’informazione si sono guardati increduli in faccia domandandosi di che mai stessero parlando, e  hanno deciso di passare all’attacco. E infatti si sono attaccati al telefono. E hanno fatto un’intervista del tipo:

salve, sono tal dei tali del tiggiuno, so che lei ha studiato in Italia e parla italiano, volevo chiederle, come è la situazione a Abidjan? ci sono combattimenti? e lei conosce italiani? e cosa fanno gli italiani che conosce? dove lavorano? con chi lavorano? e dove sono adesso? e hanno paura? sono preoccupati? stanno pensando di andare via? no, no, non manderemo in onda l’intervista, grazie buonasera.

Ovviamente poi tre secondi di intervista sono andati in onda – con buona pace della espressa richiesta di non farlo – ma la cosa sconvolgente davvero è stata il titolo: Costa d’Avorio, paura per gli italiani.

Massepò? (altro amico mi dice che se pò, se pò, e in effetti).

Che ne è stato della crisi? che ne è stato delle elezioni? che ne è stato dello stillicidio quotidiano? che ne è stato degli oltre quattrocento morti di questi mesi? che ne è stato del milione di sfollati? che ne è stato delle case saccheggiate? che ne è stato delle banche chiuse? della gente senza soldi? dell’embargo? delle posizioni europee, statunitensi, delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana? che ne è stato di un paese allo stremo?

Davvero, capisco che  – come per il pizzaiolo di Tokyo – se nel servizio, o nell’articolo, non parli degli italiani coinvolti la gente non lo legge. Ma magari sarebbe opportuno porsi un limite.

Ma poi in realtà non lo capisco. Siamo davvero – noi tutti – così tanto autoreferenziali che qualunque cosa succeda fuori dai nostri confini, se non c’è uno “dei nostri” coinvolto non ci interessa? Davvero siamo così tanto ripiegati su noi stessi che di quello che succede nel resto del mondo non ci importa? Se costruissero un ponte tra New York e Londra, e non ci fosse neppure un italiano a progettarlo, a costruirlo, a decorarlo, non ci interesserebbe?

Quattro mesi di crisi, una settimana a dir poco rovente, e quello che emerge dal servizio è che gli italiani hanno paura?

Mi domando perché, fra l’altro, non abbiano telefonato all’italiano che lunedi mi diceva che era tutto perfettamente normale, o a un qualunque altro italiano, anziché sprecare il tempo di un ivoriano.

Neanche commenti di prima mano possiamo avere.

Ma se non altro, contrariamente a quanto pensavo, se ne sono accorti.

 

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Non se ne accorgeranno mai.

2 aprile 2011

Non se ne accorgeranno mai, davvero. Non gli interessa.

Una giornata di scontri, e il mondo che si mobilita, e la Francia che decide di mandare rinforzi alla missione, e gli Stati Uniti che domandano al vecchio presidente di alzarsi finalmente dalla poltrona, e l’ONU che chiede che cessino le violenze sui civili, e il vertice della diplomazia europea che intima (sic!) a Gbagbo di affrontare il risultato delle elezioni e dell’incitamento alla violenza degli ultimi quattro mesi, e noi?

Noi, poi, ci lamentiamo di essere esclusi dai vertici europei. Salvo poi smentire, ovviamente. E pubblicare bene in vista la smentita sul nostro bel sito. Bel sito, non c’è che dire. Si capisce molto di come vediamo il mondo, da quel sito.

Io sono sinceramente triste, e preoccupata, per i miei amici sparsi nel Paese, per i miei amici – tanti – sparsi a Abidjan, per quelli con cui non riesco a mettermi in contatto, e anche per qualcuno con cui riesco a sentirmi un po’ troppe volte al giorno.

Sono triste perché la gente comune e perbene, i commercianti di Abidjan e i vecchietti di Duékoué e un’anziana signora di Gloplou  – che nessuno saprà mai dov’è ma, credetemi, esiste – che si sono fatti spiegare come, e perché farlo, che sono andati ordinatamente a votare perché la crisi politica finisse, dopo dieci anni, e per la loro buona volontà non sono stati premiati. Tutt’altro.

Sono triste perché potevano starsene tranquilli a prepararsi una bella sauce graine, i giorni delle elezioni, e invece per due turni si sono alzati, hanno camminato, hanno votato e sono tornati indietro convinti di aiutare a far tornare il loro Paese agli antichi splendori, e hanno avuto in cambio una guerra vera, non solo la minaccia.

Sono triste per quei ragazzini che oggi non possono andare a scuola, perché gli insegnanti non possono arrivarci, perché le strade non sono sicure, perché va bene l’amore per le nuove generazioni ma andare incontro a morte certa per strada non porta a niente.

Sono triste per i genitori, i nonni, gli zii, i fratelli maggiori di quei ragazzini che con il loro voto speravano di dare ai piccoli una vita migliore di quella che avevano vissuto gli ultimi dieci anni, e invece no.

Sono preoccupata perché quando senti al telefono gli spari, anche se in lontananza, sai che le persone con cui parli potresti non sentirle più. Che poi per fortuna non succede, ma l’angoscia resta.

Sono triste perché avevamo iniziato un lavoro, e adesso è tutto da rifare. E quando il lavoro è soprattutto aiutare la gente a fidarsi dei proprio vicini, dei colleghi, degli abitanti di un’altra strada o di un altro quartiere o di un altro villaggio, da rifare c’è tanto. Ma tanto.

Magari no, magari la gente perbene e comune ha così tanta voglia di tornare a una vita normale che si lascerà scivolare sopra tutto questo. Magari. Magari.

Sono preoccupata per chi una settimana fa mi diceva “torno a Abidjan domani”, e adesso ha un telefono muto. Magari poi gliel’hanno rubato. Magari s’è rotto, il clima tropicale non fa tanto bene alle robine elettroniche. Ne sa qualcosa il piccolo computer, che ormai funziona quando vuole, e non sa più che potrebbe sfruttare la batteria. Magari.

Sono triste perché mi sento stupidamente in colpa per essere qui, per essere scampata a tutto questo per un pelo, letteralmente. E sono sollevata di sapere che almeno nessuno sta in pena per me come io sto in pena per tanti.

E sono triste, e sono arrabbiata, perché vivo in un posto in cui si parla di persone che vivono tragedie come se fossero loro, le tragedie, come se fossero catastrofi. E potremmo essere noi, al loro posto.

E sono triste perché vivo in un posto in cui finché le persone non diventano una calamità, se hanno un problema, se affrontano una guerra, se sono uccise, ferite, derubate, non ne parliamo.

Non ci interessano.

Non ci sfiora neanche l’idea di quello che stanno affrontando. Neanche se succede appena fuori dal recinto dell’ambasciata.  E questo non mi intristisce, mi sconvolge.

Franchement.

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“Non posso troppo parlare…

1 aprile 2011

…ci sono uomini armati sotto casa. Ci sentiamo dopo”

Sperèm.

Diretta flash da Abidjan.

Speriamo che ‘sta storia finisca in fretta, e bene.

E adesso che c’è la vittima ONU  – e europea – accennano alla guerra anche i nostri meravigliosi giornali. Chapeau per la tempestività.

Dove siete stati gli ultimi quattro mesi?!

 

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l’orchestra del titanic

31 marzo 2011

Due giorni che manco e mi ritrovo l’esercito alle porte di Abidjan, fuggi fuggi (del) generale, e sui giornali nostrani fanno bella mostra di sé i soliti sgallettati che – onestamente – non so davvero perché paghiamo. E tanto.

Poco interesse verso i “soliti” africani che fanno le loro “solite” guerre etniche? o saranno tribali? e non si vede neanche un machete, che razza di guerra etnica è? che ne parliamo a fa’?

Resto basita e inorridita vedendo quanto sia ignorata la guerra civile – crisi post-elettorale? – ivoriana dai media italiani. Capisco che faccia molta più scena andare a ripulire Lampedusa in due giorni, ma – ideona! – se si avvisassero i giornali che quel milione di sfollati ivoriani potrebbe arrivarci, fra un po? magari scoprirebbero un nuovo mondo. Magari scoprirebbero un esercito in disfatta, un arringatore di folle che si rifugia in un’ambasciata per sfuggire alla rabbia di quelli contro cui ha aiazzato migliaia di giovani solo una settimana fa. Magari scoprirebbero un capo maggiore dell’esercito che si rifugia in un’altra ambasciata, un ex presidente che per non alzarsi dalla poltrona ha scatenato tutto questo. Ha condannato a morte, alla tortura, alla fuga un milione di persone. Magari lo scoprirebbero, se guardassero almeno i giornali europei.

Magari lo farebbero sapere anche rue de la canebière, dove lunedi ancora non avevano aperto le finsetre per vedere che succedeva fuori, fra l’altro. Pare fosse tutto normale.

Magari dentro. Fuori, vabbe’.

informatissima farnesina, che dire

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serves you right. But the others?

23 marzo 2011

Mi pare che, a parte la velata promozione del lavoro di una ONG, qui si continui a ignorare la guerra che si profila in Costa d’Avorio. E che potrebbe estendersi alla regione, se non si pone rimedio alla situazione. E la Liberia non è che si sia tanto ripresa, per dire.

E che pena vedere i posti da cui passavo, in cui mi fermavo distrutti, che pena gli amici che non rispondono al telefono, quando sai che vivono in zone in cui si combatte.

Che pena che i nostri benpensanti se ne disinteressino allegramente.

Bah, quando finiranno le scorte di cacao, tutti nervosi e depressi non potranno neanche rifugiarsi nel comfort food.

E gli starà bene.

Meno ai poveri ivoriani, ma che volete che sia. Gente in meno che muore di fame.

O che sbarca a Lampedusa, so’ belle cose.

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Rapunzel, Rapunzel…

22 marzo 2011

Rapunzel, Rapunzel….

too cute 🙂